"L'apicoltore", recensione del romanzo di Maxence Fermine

 

Maxence Fermine


Maxence Fermine (1968) è uno scrittore francese noto per La trilogia dei colori che comprende “Neve” (1999), “Il violino nero” (1999) e “L’apicoltore” (2000), tutti pubblicati in Italia da Bompiani. "L'apicoltore" si è aggiudicato il Premio Murat 2001. 

Romanzo snello, d'esigua mole. Un'opera che colpisce il nervo di un'epoca: oggigiorno sembra vincano rumore e vanità. "L'apicoltore" è dunque un racconto prezioso, aureo potremmo giustamente definirlo, perché ci riporta all'origine delle cose. Il nocciolo della vita. Ad una dimensione di semplicità, pace e silenzio. “Scrivere un libro color oro talvolta può infiammare i tuoi sogni”, parola dell’autore, Maxence Fermine che, con magnetica voce d'affabulatore navigato, ci trascina in un’avventura da Mille e una notte. Il temerario eroe della storia si chiama Aurélien, francese del Sud, vive tra Occitania e Provenza. Aurélien abita col nonno in una fattoria a Langlade. Coltivano lavanda. Ma l’amore di Aurélien è il miele:“Il miele è la mia vita", "Il miele è un sole che si coltiva”, ripete a chi cerca di smontarlo. È necessario tempo, sì. Bisogna incedere saldi, non rimanere a terra al primo sgambetto. Aurélien di batoste ne prenderà, eccome. Tuttavia, eroe intrepido, tira dritto. Per il suo miele si scrolla di dosso il dolore dopo ogni caduta, e ne esce più forte. Non lo scalfisce il destino avverso. Diventare apicoltore: linfa vitale; ciò che lo nutre e gli fa balzare il cuore in petto. Dopotutto, Aurélien è giovane. Qualora servisse un tempo lunghissimo, imprecisato, non sarà mai troppo in là ché “non è mai troppo tardi per niente”, le dirà soave l'anima gemella. Per bearsi di dolce pioggia d'oro, Aurélien si farà in quattro. Il primo tentativo, dopo un inizio più che incoraggiante, andrà a vuoto. Allora, novello Ulisse, dopo una vivida apparizione durante il sonno, s’imbarcherà in un periglioso viaggio: si spingerà fino al deserto d’Africa e lì, in Africa, incontri misteriosi gli poseranno il fato sul palmo della mano. Una donna tutta d'oro e un ingegnere col quale costruirà dal nulla Apipoli, magnifica città delle api. Idea faraonica. Ma niente. Resteranno solo polvere e debiti. Eppure, non tutto è perduto, per Aurélien. Forse perché, e sembra questa la morale de "L'apicoltore", poetica fiaba immortale, la felicità autentica è nella semplicità di un gesto, nel lento scorrere della natura, che non fa rumore, proprio come l'amore vero. Con uno stile piano e lineare, e la potenza tipica del mito, Fermine ci prende per mano: scendiamo nella parte più profonda, accogliente, dell’essere umano. 

©micolgraziano

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