"L'Arminuta", recensione del romanzo di Donatella Di Pietrantonio


Donatella Di Pietrantonio


Donatella Di Pietrantonio ha esordito nel 2011 con “Mia madre è un fiume”. “L’Arminuta” (2017) è uno dei suoi romanzi più celebri, tradotto in oltre 25 Paesi e vincitore del Campiello. Dal libro è stato tratto il film omonimo premiato col David di Donatello per la sceneggiatura.

Una volta terminato, continua a girare nella testa; a battere senza tregua, in un angolo profondo: generando un'emozione che resta per sempre. La scrittura di Donatella Di Pietrantonio è lineare eppure sassosa, appuntita. Aspra, poco confortevole ma stratificata e d’improvviso si schiude in squarci di splendore. Ricalca quel Sud profondo e ruvido, in cui accadono i fatti che racconta. Storie collocate in uno spazio iper-realistico (ripercorrendo le orme d'una prestigiosa tradizione letteraria italiana), spazio sublimato da una bellezza primitiva e selvaggia. 

"L’Arminuta" è un romanzo lucente. Però, al contempo, può tormentare come un insetto che s'intestardisce attorno a un piatto, in una notte d’estate. "L'Arminuta" è un racconto rovente: brucia e lascia segni. Il lettore è avvisato. 

"Ci guardavamo sopra il tremolio leggero della superficie, i riflessi accecanti del sole. 
Alle nostre spalle il limite acque sicure. 
Stringendo un poco le palpebre l'ho presa prigioniera tra le ciglia".
("L'Arminuta")

Uno stile scarno e urticante. Talvolta occorre prender fiato per continuare la marcia: accade quando le parole s'insinuano nelle ferite, o negl'istinti brutali, e il fiato si spezza. Le labbra s'inarcano di ripugnanza. 

“L’Arminuta” dà brividi e vertigini. Talvolta, arriva un senso di nausea. Si sa, la letteratura autentica è destabilizzante. Al lettore non resta che imparare la natura dell'acqua: entrare nella forma, seguirne i contorni; lasciarsi plasmare, ascoltare in silenzio le impressioni che  - dagli occhi e dalla mente - raggiungono l'anima: migliorando, umanizzando. Allargando il cuore. 

“L’Arminuta” ovvero: la ritornata, in dialetto abruzzese. Colei che ritorna è una ragazzina di tredici anni che un giorno, fulmine a ciel sereno, si ritrova, valigia in mano, in una casa inospitale e diroccata. In una nuova famiglia. Nei fatti, non troppo nuova perché in essa sono piantate le sue radici: da quella famiglia è nata. I genitori naturali, però, lei, prima di quel dì con i bagagli in mano, non li aveva mai conosciuti. L'hanno data in adozione, prestata come si cede una cosa, quando lei era ancora in fasce. Consegnata ad alcuni parenti. L'Arminuta con essi è cresciuta. Ma a un certo momento, anche loro, l'hanno rispedita indietro, alla stregua d'un pacco. 

Varcata la soglia, l’Arminuta, non è accolta da sorrisi bensì da facce torve, sporcizia e distacco, l'odore di fritto, un ragno che si dimena nel vuoto. Sei arrivata, le dicono, senza neanche alzarsi dalla sedia. A parlare è una donna, la vera madre dell’Arminuta, madre dalla cui bocca escono parole amare e stizzose. L'Arminuta ha paura. Lei che fino ad allora è vissuta in una casa pulita e ben arredata, con tanti bei vestiti, figlia unica, la scuola e la danza. Il mare di fronte. Il trasferimento è un trauma. Ad aprirle la porta è una ragazzina dalle "trecce allentate, vecchie di qualche giorno" e dagli occhi pungenti. La bambina è sua sorella e si chiama Adriana. Con Adriana, a poco a poco, stringerà un legame di ferro, viscerale. Iniziato la sera stessa dell'arrivo, quando i genitori si accorgono che per l'Arminuta non c'è neanche un letto. E allora dormirà insieme ad Adriana ("tanto siete secche", sono parole del padre, rozzo e spiccio), in un 'giaciglio' squallido e sporco, i piedi (Adriana: la pelle ruvida, le unghie spezzate) s'intrecceranno alla testa ("la coccia") e al fetore dell'urina. Tra lo scoramento e il timore, all'Arminuta, da fuori, giunge a consolarla, una speranza: "L'ultimo quarto di luna si è affacciato alla finestra aperta e l'ha attraversata. Sono rimaste le stelle a strascico e la minima fortuna di avere il cielo sgombro di case, da quella parte". 
"L'Arminuta" è una doccia ghiacciata in un mattino d'inverno. Tuttavia, dopo lo shock, avvolge il corpo un'aura di magnifico tepore.

©micolgraziano 

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