"Il mio anno di riposo e oblio", recensione del romanzo di Ottessa Moshfegh

 

Ottessa Moshfegh


Ottessa Moshfegh, nata a Boston nel 1981, è una delle autrici più significative della letteratura americana contemporanea. "Il mio anno di riposo e oblio", pubblicato nel 2018, è stato accolto molto bene dalla critica e definito miglior libro dell'anno

Con uno stile ironico e vivace, sincero al punto da rendere i personaggi talvolta davvero sgradevoli (perché insensibili ed egoisti), Ottessa Moshfegh, racconta una storia terrificante e claustrofobica; scava nel dolore, nelle ferite aperte, di una giovane disillusa, scontenta, insoddisfatta. Siamo a New York, nel Duemila. La protagonista è una ragazza, ricca ereditiera, bionda e affascinante (qualcuno le dice che somiglia a Kim Basinger). Una ventenne apparentemente baciata dalla fortuna: una copiosa eredità, una laurea, un florido conto in banca, un lavoro in una galleria d'arte, un fidanzato bello e impossibile, un invidiabile appartamento a Manhattan. Eppure lei non è affatto felice. Vive in una città che sembra fagocitarla, inghiottirla in una nebbia gelida, in fauci nere. Avvolta in una solitudine spettrale. 


Quando lo stato d'inquietudine raggiunge il culmine, lei consumata dall'apatia, non adotta mezze misure: dormire per un anno intero, sigillata in casa (anche se spesso sarà costretta ad uscire). Il desiderio? Sparire, annullarsi. Abbandonarsi a uno stato di inetto torpore; per poi rinascere, più forte; nuova. Rigenerata. Cancellare, nel letargo, le piaghe sanguinose dell'anima. Lenire i vuoti. E allora in preda a una disperazione esistenziale si lascia andare, tra le braccia di Morfeo, per dodici mesi, barricata nelle sue stanze. Ingurgita, con frenetica impazienza, dosi massicce di pillole e tranquillanti. Farmaci che le provocano uno stato di buio della mente in cui compie azioni che non ricorda. Dorme, dorme, dorme. Vomita. E nei rari momenti di lucidità se ne sta sul divano, davanti alla televisione, a guardare film anni Novanta con Harrison Ford o con il suo idolo Whoopi Goldberg.

"Salendo in ascensore al mio appartamento, pensai a una combinazione di farmaci che potessero stendermi - Ambien più Placidyl più Theraflu. Solfoton più Ambien più Dimetapp. Volevo un cocktail che arrestasse l'immaginazione e mi inducesse un sonno profondo, noioso, inerte". 

"Questa idea che potevo addormentarmi fino a rinascere era una pazzia. Assurda. Eppure eccomi qui che mi avvicinavo all'abisso del mio viaggio. Finora pensai, avevo vagato nella foresta. Ma ora avevo quasi raggiunto la bocca della caverna. Sentii l'odore di qualcosa che mi bruciava dentro. Qualcosa andava bruciato e sacrificato. E il fuoco si sarebbe alzato e poi spento. Il fumo disperso. I miei occhi si sarebbero abituati al buio, pensai. Avrei trovato un appoggio. Uscita dalla caverna, svegliandomi per l'ultima volta, avrei visto la luce, e tutto - il mondo intero - sarebbe stato nuovo"


Malgrado il tono sia scanzonato (ed è proprio la leggerezza che rende gradevole la lettura) la vicenda è intrisa di un’ombra di morte; e (infatti) l’unico momento in cui la protagonista mette il naso fuori per lungo tempo è per andare al funerale della madre della sua migliore amica, Reva. Migliore amica o presunta tale. Perché a lei di Reva, non importa nulla. Lo dice chiaramente. Eppure Reva è l'unica persona che la cerca, che le dice ti voglio bene, che si preoccupa per lei, che le dà baci sulla guancia, che l'abbraccia. L’altro esile filo col mondo esterno, è rappresentato da una svampita psichiatra, una dottoressa davvero sui generis, una figura quasi onirica, che le prescrive potenti narcotici senza fare troppe domande. La nostra protagonista si nutre di pasticche, di caffè, di alcol, di cibo spazzatura. E i sacchetti dell'immondizia (produce grande quantità di rifiuti) sono l’unica cosa che le ricorda che è viva e connessa con gli altri. 

La New York in cui abita è una metropoli attraversata da un gelido inverno, reale e metaforico, stagione fredda che ghiaccia il cuore della nostra protagonista, inverno che rappresenta l’indifferenza di un mondo frenetico e brutale in cui l'amore è fugace e ridotto a qualche ora di sesso imbarazzante.  

Ottessa Moshfegh scrive un libro crudele e certamente indimenticabile. Chi ama il cinema troverà interessanti le numerose citazioni di film del passato, eccone alcuni: “Giochi di potere”, “I protagonisti”, “Il mondo secondo Garp”, “Lama tagliente”, "Presunto innocente" e molti altri. 

©micolgraziano
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